Il concetto di memoria e la sua correlazione con il fenomeno “Ce l’ho sulla punta della lingua”

Buonasera a tutti!

Oggi vi parlo di un argomento di natura psicologica, comune a tutti e molto frequente.

“Ce l’ho sulla punta della lingua!”: Introduzione al fenomeno

Che cosa accade nel nostro cervello quando ci sentiamo per un attimo incapaci di pronunciare una parola, ma al tempo stesso ci sembra di sapere esattamente che cosa vogliamo dire? Il fenomeno, definito anche effetto blackout, è molto comune, direi universale. Infatti, accade in tutto il mondo e in tutte le lingue.

La sensazione che si avverte è quella di conoscere diversi aspetti della parola, ma al tempo stesso si è incapaci di pronunciarla. Mentre ci sforziamo in tutti i modi di recuperarla, proviamo una sensazione di nervosismo e sconforto, mista ad angoscia dovuti all’impossibilità di ricordarla. Tutto questo si trasforma in sollievo, una volta che ne torniamo in possesso.

Concetto di memoria

Possiamo definire il concetto di memoria come la capacità del cervello di acquisire, immagazzinare e conservare informazioni ovvero quella funzione volta alla memorizzazione e, dunque, al ricordo.

Esistono diversi criteri di classificazione della memoria, ma il più diffuso è sicuramente quello sulla durata della conservazione del ricordo, ovvero su quanto a lungo venga mantenuta l’informazione prima che la si recuperi e la si utilizzi per qualsiasi scopo. S’identificano, dunque, una memoria a breve termine ed una memoria a lungo termine.

La memoria a breve termine viene classificata a sua volta in memoria di lavoro (che tiene a mente le informazioni per uno scopo), memoria iconica (che ci permette di ricordare immagini viste per pochi istanti) e memoria ecoica (che si basa sui suoni ed è fondamentale per la comprensione del linguaggio verbale).

La memoria a lungo termine, invece, paragonabile ad un archivio, viene classificata in memoria procedurale o implicita (a cui non possiamo accedere consapevolmente; entra in gioco per esempio nell’imparare a leggere, infatti, nel momento in cui leggiamo non dobbiamo ripartire da zero come se fosse la prima volta) e dichiarativa o esplicita (che riguarda le informazioni comunicabili, dichiarate consciamente). All’interno di quest’ultima troviamo la memoria episodica (relativa agli eventi) e la memoria semantica (legata ai concetti; è condivisa con gli altri ed indipendente dal contesto).

Memoria semantica

Diversi studiosi, tra cui Alain Lieury, hanno cercato di capire il funzionamento che sta alla base dell’accadimento citato. In particolare, Alain effettua una distinzione tra memoria lessicale, che è come una scheda contenente tutte le parole che conosciamo (è una sorta di glossario delle parole con la loro ortografia e pronuncia fonetica.) e memoria semantica. Quest’ultima risulta più facile da recuperare rispetto alla prima, motivo per cui siamo spesso in grado di ricordare un concetto ma non il suo nome.

La memoria semantica è la parte della memoria dichiarativa che riguarda le conoscenze generali sul mondo, non è personale ma comune a tutti. Queste conoscenze, create attraverso l’esperienza ed il linguaggio, ci permettono di agire in modo funzionale nel mondo che ci circonda. Per esempio, siamo in grado di collocare una matita o una gomma nella categoria della cancelleria oppure una pentola negli utensili da cucina.

Studi riguardanti il fenomeno

La prima ricerca empirica è stata fatta dai ricercatori di Harvard Roger Brown e David McNeill, che hanno condotto studi su persone adulte e anziane. Questi sono stati effettuati somministrando loro domande-definizioni, a cui si doveva rispondere con uno specifico vocabolo.

È emerso così che il fenomeno della punta della lingua si verifica a tutte le età ma aumenta con l’invecchiamento. Questo accade perché quando non riusciamo a recuperare una parola, può avvenire che siano di interferenza altre parole collegate a quella target, e a questo sono più esposte le persone anziane, perché incontrano più difficoltà nell’inibire le informazioni irrilevanti e nell’isolare quelle che intendono recuperare dalla memoria.

Questo dimostrerebbe che con l’avanzare dell’età la memoria non scompare, ma si modifica il funzionamento dei processi di selezione e di recupero delle informazioni.

Ciò non significa che l’aumento dell’incidenza del fenomeno della punta della lingua con l’età più adulta, vada ricondotto necessariamente a demenze.

Nell’Alzheimer per esempio sono frequenti questi fallimenti nel recupero, ma solitamente quando si parla di avere una parola sulla punta della lingua, ci si riferisce a parole usate raramente (ad esempio il nome di un attore famoso, di un verbo ecc…) mentre in questo caso di demenza, spesso si prova difficoltà anche a ricordare le parole di uso quotidiano come per esempio cucchiaio o forchetta.

Inoltre, i ricercatori hanno sottolineato che la temporanea perdita della parola potrebbe dipendere da un errore di codifica di quel ricordo nel momento in cui è apparso per la prima volta. L’invecchiamento, la mancanza di sonno, l’ansia, l’alcol o la distrazione possono accentuare questo fenomeno di erronea codificazione, che dunque corrisponderà ad una mancata rievocazione di quel termine nel momento in cui è più necessario.

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Come risolvere il problema?

Secondo Gary Small, professore di Psichiatria all’Università della California di Los Angeles, bisogna scrivere, proprio nel momento in cui si verifichi il fenomeno, tutte le possibili associazioni che ci vengono in mente al posto del fatidico vocabolo. Una di queste conterrà quel suggerimento che ci ricondurrà al “termine scomparso”.

Secondo altre fonti, inoltre, una volta recuperata la parola perduta, sembrerebbe funzionale alla prevenzione di ulteriori future dimenticanze, ripetere ad alta voce il termine, così come associarlo ad immagini visive o significative.

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Rebecca Renna, autrice e blogger

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